Quote di genere: vecchie riflessioni, ma ancora valide

Quando si parla di donne e politica, o donne e lavoro, quasi inevitabilmente si finisce con il parlare anche di quote di genere, quale strumento, se non altro transitorio, per favorire le pari opportunità e una uguale reppresentanza di uomini e donne nei luoghi di comando.

Del resto, “non si può vincere se metà della squadra rimane negli spogliatoi”. Con questa metafora sportiva, Terry Davis, allora segretario generale del Consiglio d’Europa, nel 2009 ribadiva come privarsi del contributo determinante della donna nella vita pubblica pregiudica lo sviluppo economico e sociale del paese. Motivo per cui, nell’interesse della democrazia e del progresso, “dobbiamo impegnarci perché le donne abbiano maggiore potere decisionale, sia nei parlamenti che nei governi”.

Vi propongo la lettura di un mio vecchio articolo, in cui ho raccolto alcune riflessioni sull’opportunità e l’efficacia di introdurre le quote di genere per promuovere la parità. Risale a circa due anni fa, ma mi sembra che quelle riflessioni siano ancora valide. Lo trovate su Wired online, qui, ma per praticità lo copio anche di seguito.

Quote di genere? Non piacciono a tutti (e a tutte), ma sono uno strumento transitorio per promuovere la parità

Le donne sono la metà del Paese, dunque non è strano che vogliano essere la metà della rappresentanza parlamentare”. Lo ha ribadito la presidente della Camera Laura Boldrini, nell’auspicio che la nuova legge elettorale rispettasse la parità di genere. Ricordando come del resto la stessa Costituzione ci spinge in questa direzione: secondo l’articolo 3, infatti, tutti i cittadini sono uguali senza distinzione di sesso e l’articolo 51 ci impegna alla promozione delle pari opportunità.
Le sue aspettative sono state però disattese: l’Aula ha bocciato infatti, a scrutinio segreto, i tre emendamenti alla legge elettorale riguardanti la parità di genere. E se come presidente la Boldrini rispetta il voto dell’Aula, non nega però la sua profonda amarezza “perché una grande opportunità è stata persa, a detrimento di tutto il Paese e della democrazia”.

Del resto, “non si può vincere se metà della squadra rimane negli spogliatoi”. Con questa metafora sportiva, Terry Davis, allora segretario generale del Consiglio d’Europa, nel 2009 ribadiva come privarsi del contributo determinante della donna nella vita pubblica pregiudica lo sviluppo economico e sociale del paese.

Motivo per cui, nell’interesse della democrazia e del progresso, “dobbiamo impegnarci perché le donne abbiano maggiore potere decisionale, sia nei parlamenti che nei governi”.

Ma per favorire le pari opportunità ai vertici delle aziende, nei centri di ricerca così come nel mondo della politica è necessario introdurre le quote rosa? Da tempo ormai, come illustra Rossella Palomba, demografa del Cnr, nel libro Sognando Parità (Ponte alle Grazie, 2013), il dibattito sul rapporto tra donne e politica si cristallizza sull’obbligo o meno di inserire nelle liste elettorali una determinata percentuale di candidature femminili. Per alcuni è un mezzo necessario perché gli eletti rispecchino davvero la composizione del corpo elettorale e può rappresentare una scossa agli equilibri di potere nei maggiori partiti, rinnovando così la classe dirigente. Per altri, vuol dire creare una specie di ghetto, una zona protetta che travalica criteri di selezione più validi e adeguati. “È la posizione meritocratica del ‘se le donne valgono, allora lo dimostrino’. C’è da chiedersi però perché solo le donne lo debbano dimostrare mentre tanti, troppi, uomini di scarso valore e ancora più scarsa competenza sono cooptati nelle liste dai partiti in barba al merito” evidenzia la ricercatrice.

Le quote di genere sono un argomento sensibile e poco gradito sia agli uomini che alle stesse donne, ma in tutto il mondo a quanto pare non si è ancora trovato un modo migliore per superare le disuguaglianze tra uomo e donna. A mio avviso – ribadisce– le quota rosa sono uno strumento indispensabile nel breve periodo, uno strumento transitorio. Infatti, a meno di non volere sostenere che le donne siano biologicamente incapaci di dirigere e amministrare, è palese che il sistema di selezione italiano non funziona, poiché si traduce in una scarsa se non nulla presenza femminile ai vertici di tutti i settori. In fondo – aggiunge – negli Stati Uniti sono state introdotte da tempo le ‘affermative actions’ che tutelano la presenza e l’ascesa sociale dei gruppi minoritari o svantaggiati. Si tratta di azioni di discriminazione positiva nate per motivi razziali, hanno per esempio aperto le porte dell’istruzione di qualità ai neri, e in seguito sono state estese alla promozione della parità fra i sessi. E c’è da chiedersi se senza di esse Barack Obama oggi sarebbe comunque presidente”.

Rivendicare, dunque, una cultura della parità è necessario, perché nel nostro paese la parità tra i generi è ancora un traguardo lontano da raggiungere. Del resto l’ultimo Global Gender Gap Report del World Economic Forum colloca l’Italia al 71° posto su 136 paesi per quanto riguarda la parità uomo-donna (al 97° posto per l’eguaglianza economica e lavorativa, al 124° per la parità di stipendi). Secondo la Commissione europea, le donne guadagnano all’ora circa il 16% in meno dei colleghi maschi: in pratica, come se lavorassero gratis 59 giorni. La quinta indagine europea sulle condizioni lavorative in UE ma anche dati Istat evidenziano ancora una segregazione di genere nel mondo del lavoro. E il nostro Paese è il fanalino di coda per la presenza femminile nelle rappresentanze nazionali al Parlamento europeo (al 24° posto su 27 Paesi membri). Insomma, le donne che lavorano sono meno degli uomini che lavorano, i loro stipendi sono spesso inferiori, mentre superiore è la quantità di tempo che dedicano al lavoro, oneroso ma non retribuito, delle faccende domestiche e di cura dei figli e dei genitori anziani.

Eppure la presenza di donne in posizioni di leadership è un elemento chiave per lo sviluppo di un Paese ed è un moltiplicatore per aumentare la presenza femminile in tutte le sfere della società: è l’inizio dunque di una profonda rivoluzione culturale di cui dobbiamo essere attrici protagoniste” commenta in proposito Alessia Mosca, capogruppo Pd nella Commissione Politiche europee, madre, insieme a Lella Golfo, della legge 120/2011 (entrata in vigore nell’agosto 2012), che ha introdotto in Italia l’obbligo temporaneo, per dieci anni, di rispettare un’equa rappresentanza di genere nei consigli di amministrazione al fine di assicurare una quota di intelligenze e professionalità femminili. “Questa legge ha innescato un trend positivo e sono convinta che possa attivare un circolo virtuoso che permetterà alle donne di ricoprire quei ruoli che ci spettano per merito: da giugno 2011 a oggi siamo passati da meno del 7% di donne nei board delle società quotate a più del 18 per cento. La rappresentanza femminile è dunque cresciuta in modo consistente negli ultimi anni, ma questi risultati, seppur ottimi, dimostrano che c’è ancora molto da fare”.

Del resto, viviamo in una società in cui le donne sono ancora concepite innanzitutto come madri (se non come oggetti sessuali), complici di questo anche i messaggi veicolati dalla pubblicità e dalla televisione, come sottolinea anche il Cedaw, l’organismo dell’Onu che vigila sull’attuazione della Convenzione del 1979 sulle pari opportunità. Una società in cui le donne sono inserite solo marginalmente nella vita politica (ok, dei 16 ministri del Governo Renzi 8 sono donne) e sono spesso vittime di discriminazioni sul lavoro, costrette, a volte, a rinunciare al proprio impiego per l’impossibilità, presunta o reale, di conciliare il ruolo di mamma con quello di donna in carriera. Per non parlare del fatto che lavori precari, spesso a basso reddito, uniti alla mancanza di strutture pubbliche dedicate all’infanzia, costringono non poche donne ad abbandonare il lavoro dopo il primo figlio, ancor di più dopo il secondo. “Parlare dunque di parità tra i sessi diventa molto difficile finché la maternità resta un ostacolo per il lavoro femminile, in un mercato che in Italia tende a emarginare le donne e in un panorama che non offre al momento un adeguato piano di progetti e investimenti pubblici a sostegno della genitorialità” aggiunge Palomba.

Una questione importante da non sottovalutare infatti per promuovere l’occupazione femminile e in generale la presenza delle donne nelle posizioni di comando è la conciliazione tra tempi di lavoro e gestione della famiglia e della casa e, ancor più, un’inversione di rotta che non obblighi le donne, se mamme, a essere mamme acrobate, favorendo una maggiore condivisione degli oneri familiari. Perché che piaccia o no, ancora in Italia e in generale in Europa, le donne continuano a farsi maggiormente carico dei lavori domestici – secondo l’indagine Eurofound le donne vi dedicano in media 26 ore settimanali, gli uomini solo 9 ore – e questo limita di fatto la loro partecipazione nel mondo del lavoro.

Le quote di genere – conclude dunque Mosca – non sono la soluzione definitiva per raggiungere la parità, ma possono essere considerate uno strumento per accelerare un processo di cambiamento culturale, sul quale il nostro Paese ha ancora molto cammino da fare, e non un’alternativa ad altre politiche finalizzate a rimuovere quegli ostacoli che rallentano o impediscono la carriera delle donne: in questa direzione andava per esempio la proposta di legge cui io stessa ho lavorato per l’introduzione di 4 giorni di congedo di paternità obbligatori (la legge 92/2012 alla fine ne prevede uno solo obbligatorio. In Italia il congedo parentale facoltativo anche per i padri è stato introdotto con la legge 53 del  2000 ndr), per innescare un cambiamento culturale che induca anche i papà a restare a casa con i figli appena nati senza sentirsi per questo derisi o penalizzati, e la proposta di legge che abbiamo da poco presentato per modificare la cultura aziendale e promuovere una maggiore flessibilità dell’orario di lavoro, all’insegna dello smart-working, nella convinzione che la possibilità di lavorare ovunque, e non per forza ore e ore alla scrivania in ufficio, possa procurare non pochi vantaggi nel conciliare i tempi e gli oneri del lavoro con quelli della vita familiare e favorire dunque l’occupazione, in primis quella femminile”.

Anche il Consiglio d’Europa sta lavorando per promuovere la partecipazione equilibrata di uomini e donne nella vita politica e pubblica e incoraggiare l’assunzione di una prospettiva di genere in tutti i programmi e le azioni politiche. Ma “per raggiungere la parità di genere – precisa l’attuale segretario Thorbjørn Jagland – è essenziale cambiare le relazioni tra donne e uomini, promuovere un cambiamento di atteggiamenti e mentalità. Crediamo infatti che solo se le donne hanno le stesse opportunità degli uomini di impegnarsi attivamente nella vita sociale e politica, la società può prosperare e, soprattutto, cambiare in meglio” .

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Venerdì 15 siamo a Udine, con Fabiana Fusco e Serena Zacchigna

Tra dizionari e provette, si conclude il nostro ciclo di incontri tra donne al volante e studenti e studentesse delle scuole superiori del Friuli Venezia Giulia.

Domani, venerdì 15 gennaio, saremo a Udine, ospiti del Liceo Uccellis, per riflettere su quegli stereotipi ancora duri a morire e sul valore della parità di genere, fondamentale per costruire una società in cui l’universo femminile non sia più relegato a occupare solo quella metà del cielo in secondo piano, e affinché le relazioni tra uomini e donne siano basate sul rispetto.

A partire dalle 10, dialogheremo con con Fabiana Fusco (Università di Udine) e Serena Zacchigna (Icgeb).

Fabiana Fusco è docente di Linguistica e Teoria e storia della traduzione all’Università di Udine. Membro del “Centro Internazionale sul Plurilinguismo” dell’ateneo friulano, coordina progetti di ricerca sull’educazione plurilingue e sul linguaggio di genere, tema cui ha dedicato il libro La lingua e il femminile nella lessicografia italiana tra stereotipi e (in)visibilità, (Edizioni dell’Orso, 2012). Tra i suoi interessi le scelte sessiste in cui spesso inciampano i dizionari italiani. Con lei, allora, sarà divertente “sfogliare” qualche dizionario per capire se e come rafforzano (ancora) alcuni stereotipi.

Serena Zacchigna, Icgeb Trieste

Serena Zacchigna dirige il laboratorio di Biologia cardiovascolare del Centro Inernazionale di Ingegneria Genetica e Biotecnologie (Icgeb) di Trieste. Divide la sua giornata tra gli esperimenti in laboratorio e i figli. Il suo obiettivo: sviluppare nuove terapie per riparare i cuori infranti. Da anni, infatti, si occupa di terapia genica e cellule staminali per la terapia delle malattie cardiovascolari. Da lei ci faremo “accompagnare” dentro un laboratorio di ricerca e descrivere l’esperimento che le ha dato maggior soddisfazione. Tempo fa mi aveva detto questo.

Fusco e Zacchigna racconteranno i loro percorsi di vita, personale e professionale, tra i sogni adolescenziali (la prima voleva diventare insegnante di lingue, la seconda illustratrice di libri per bambini) e le sfide che hanno dovuto affrontare per mettersi al volante della propria vita.

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Dimissioni in bianco

Il 12 gennaio il Ministero del Lavoro ha pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto ministeriale del 15 dicembre 2015 che stabilisce le modalità di comunicazione delle dimissioni e della risoluzione consensuale del rapporto di lavoro. Un passo avanti per impedire il fenomeno delle cosiddette dimissioni in bianco, che colpisce soprattutto le lavoratrici.

Ho scritto un articolo per Wired online (risale al 26 marzo 2014) su questo ricatto immorale, su questa triste consuetudine del mercato del lavoro: una procedura che riguarda tutti i lavoratori, ma che colpisce soprattutto le giovani donne. Qui ne riporto alcune parti. La versione integrale la trovate qui.

Ti assumo. Firma questo. Dove questo non indica il contratto di lavoro ma la lettera di dimissioni, senza data, che il datore di lavoro potrà poi usare in qualsiasi momento, a sua discrezione, come pratica alternativa al licenziamento. Un ricatto vero e proprio, una spada di Damocle che pende sulla testa dei lavoratori e delle lavoratrici.

In particolare, per molte donne la maternità diventa l’anticamera del licenziamento. Secondo un’indagine Istat, la maternità continua a essere infatti un momento di forte criticità nel percorso lavorativo delle donne, costrette a scegliere tra lavoro e figli. Per oltre la metà delle madri che interrompono il lavoro per la nascita di un figlio, infatti, non si tratta di una libera scelta: circa 800mila – l’8,7 per cento delle madri che lavorano o hanno lavorato – dichiarano che sono state licenziate o messe in condizione di doversi dimettere in occasione di una gravidanza (i dati si riferiscono agli anni 2008-2009). E sono soprattutto le più giovani a subire più spesso questo trattamento: per loro è più frequente che smettere di lavorare sia, più o meno, un’imposizione del datore di lavoro. Tanto che le dimissioni in bianco quasi si sovrappongono al totale delle dimissioni.  Senza considerare, poi, che tra le lavoratrici costrette a lasciare il lavoro a causa dell’arrivo di un figlio, solo 4 su 10 riprendono l’attività e, comunque, le opportunità di inserirsi nuovamente nel mercato del lavoro non sono le stesse in tutto il Paese: su 100 lavoratrici madri licenziate o indotte a dimettersi riprendono a lavorare 51 nel nord e solo 23 nel sud.

women@work by Kompentenzzentrum Frau und Beruf CC

women@work by Kompentenzzentrum Frau und Beruf CC

Non è però solo una questione femminile: ma un problema del sistema paese, perché un paese che corre al 50% delle sue possibilità è più lento, meno competitivo. E battersi contro le dimissioni in bianco è doveroso, perché è una pratica vessatoria, illegale e ricattatoria, e perché non succeda più che una donna debba sentirsi costretta a scegliere tra lavoro e maternità.

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Parole tossiche e carriera al centro del dibattito il 22 aprile a Trieste

La presidente della Camera Laura Boldrini più volte ha sottolineato l’importanza di contrastare le discriminazioni nei confronti delle donne anche attraverso il linguaggio. Affinché un uso più consapevole della lingua contribuisca a rendere visibili i soggetti femminili e più adeguata la rappresentazione pubblica del ruolo della donna nella società.

Anche di questo si parlerà mercoledì 22 aprile alle 11 a Trieste. Il Teatro dei Fabbri (in via dei Fabbri 2/A) ospiterà l’incontro Donne al volante. Gli stereotipi sono un pericolo costante: un dibattito a più voci per riflettere sulle pari opportunità nel nostro paese.

Si racconteranno:

Cristiana Compagno, economista, prima rettrice in Italia di una Università pubblica (è stata al volante dell’Università di Udine dal 2008 al 2013) e ora presidente di Mediocredito FVG.

Graziella Priulla, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Catania, autrice di Parole tossiche. Cronache di ordinario sessismo (Settenove Edizioni, 2014)

Elisabetta Tola, giornalista scientifica, una delle voci di Radio3Scienza, fondatrice dell’agenzia di comunicazione scientifica Formicablu.

Molte sono ancora le sfide, tutte da giocare, che devono affrontare le donne, secondo Elisabetta Tola. Per esempio, “usare linguaggi nuovi, superare gli stereotipi, ancora molto presenti, avere pazienza e tenacia. Molta tenacia. E costruire reti di relazioni, perché noi siamo in grado di farlo, di stare insieme e costruire progetti di squadra. È quando imitiamo gli uomini, invece, che scadiamo negli atteggiamenti più deteriori: ansia di controllo, voglia di primeggiare a tutti i costi. Le donne sanno fare rete e questa è la loro grande forza. Ma devono imparare a credere di più nella propria capacità di riuscire praticamente ovunque, di poter fare qualunque mestiere, di avere dei limiti naturali ma non quelli imposti culturalmente che ci vedono sempre più deboli, meno convinte, meno ambiziose”.

Ma, come sottolinea Graziella Priulla, “ci guardiamo sempre con gli occhi degli altri, ci è ancora faticoso coltivare uno sguardo nostro”.  Priulla pone anche l’accento su quanto sia difficile essere donna oggi, nel mondo del lavoro e non solo, anche “perché la voglia di lottare sembra essersi esaurita, e si nota nel nostro paese un riflusso di tutte le conquiste faticosamente ottenute”.

Gli stereotipi, poi, sono sempre in agguato e ingabbiano le donne in ruoli predefiniti. Uno per tutti: “l’idea che la donna sia insostituibile in ambito domestico. Che debba avere il controllo della propria casa, che debba comunque essere l’unica persona di riferimento (e a dover prendersi cura) per i figli, i nonni. La cura è condivisibile, non dobbiamo esserne gelose. Eppure, l’idea di essere insostituibili in ambito domestico è uno dei nostri grandi limiti” ribadisce la  giornalista e comunicatrice scientifica Elisabetta Tola.

*Nella foto Elisabetta Tola

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Un clic per il tg

Il 26 marzo il viaggio di Donne al volante in Friuli Venezia Giulia ha fatto tappa nella Biblioteca Comunale di Pordenone.

Maria Antonietta Annunziata, Giulia Blasi e Fernanda Flamigni hanno animato un bel confronto, sulle pari opportunità e gli stereotipi di genere, con le studentesse e gli studenti presenti. Qui puoi seguire il servizio che ci ha dedicato il tg della Rai FVG.

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Nel paese delle donne

Marisa Macchi ogni mercoledì mattina su Radio Capodistria racconta l’universo femminile. Il 18 marzo ha ospitato noi nel suo Paese delle donne.

Qui puoi ascoltare Donne al volante nel Paese delle donne

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Fabiola Gianotti al volante del Cern di Ginevra

Dal 1 gennaio 2016 sarà la prima donna al timone del CERN, il più grande laboratorio al mondo di fisica delle particelle. Fabiola Gianotti è tra le donne che ce l’hanno fatta, che hanno sfondato il tetto di cristallo. All’Lhc di Ginevra, nel gigantesco microscopio sotterraneo, al confine tra Francia e Svizzera, ha diretto il team di 3mila scienziati coinvolti nel progetto Atlas, uno dei due esperimenti che ha permesso di catturare quell’inafferrabile particella ipotizzata nel 1964: il bosone di Higgs. Scoperta dell’anno (mi riferisco al 2012) secondo le riviste Science e Nature. E lei tra le cinque persone più importanti del 2012, secondo il Times .

L’ho intervistata, un po’ di tempo fa, per Donne di Fatto. L’intervista la trovate qui

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Non sono femminista, ma…

C’è chi si dichiara femminista da 40 anni, e non pentita. Chi invece non ama le etichette. E chi accusa il femminismo di aver distrutto la vera essenza del femminile e di essere una faccenda da signore snob e aggressive.  Ma c’è ancora bisogno del femminismo?

“In Italia fa quasi paura parlare di femminismo o definirsi femministe, ma in fondo significa riconoscere che le donne subiscono, ancora, continue discriminazioni e non essere d’accordo. Significa rivendicare, dunque, una cultura della parità, perché a quanto pare nel nostro paese la parità tra i generi è ancora un traguardo lontano da raggiungere”. Lo afferma la psicologa Patrizia Romito, docente all’Università di Trieste.

E molte indagini le danno ragione: fanno emergere infatti numeri della disparità desolanti. L’ultimo Global Gender Gap Report colloca l’Italia al 69° posto (su 142 Paesi) per quanto riguarda la parità uomo-donna. Uno degli indici peggiori riguarda la partecipazione delle donne nel mondo del lavoro (88esima posizione) e la retribuzione a parità di mansioni (l’Italia per questo parametro è 129esima). Secondo la Commissione europea, il divario salariale tra donne e uomini riflette le discriminazioni e le disuguaglianze sul mercato del lavoro che, nella pratica, colpiscono ancora e soprattutto le donne. La quinta indagine europea sulle condizioni lavorative in UE, ma anche dati Istat evidenziano infatti ancora una segregazione di genere  e minori opportunità di occupazione (oltre allo svantaggio retributivo) per le donne, che continuano a farsi carico del lavoro di cura (casa e famiglia) più degli uomini.

La nostra società, del resto, è ancora intrisa di immagini e discorsi sessisti. E violenze e discriminazioni fanno ancora parte del vissuto di troppe donne. Più o meno ogni giorno, purtroppo, ricorrono piccoli o grandi episodi di sessismo: dai commenti alle allusioni spinte, fino alla violenza. E la cultura dominante, intrisa di stereotipi di genere e sempre più sessualizzata, finisce con l’influenzare la crescita dei bambini e delle bambine, le loro interazioni sociali, i percorsi formativi. Orientano, per esempio, i ragazzini a soffocare le proprie emozioni (cose da femmine) e le ragazzine a essere ossessionate dal corpo a causa dei canoni di bellezza mediatici.

A chi si chiede, dunque, se ci sia ancora bisogno del femminismo, Lucia Beltramini, psicologa e ricercatrice che collabora con il Laboratorio di psicologia sociale e di comunità dell’ateneo triestino, risponde, senza ombra di dubbio, “sì: la sessualizzazione delle bambine, la violenza sulle donne, le discriminazioni quotidiane sono un campanello d’allarme che ci ricordano come, nonostante alcune conquiste raggiunte, non dobbiamo abbassare la guardia e permettere che questi atti vengano minimizzati, banalizzati e poi di fatto occultati”.

Ma che fine ha fatto oggi il femminismo (o meglio, i femminismi)? Come scrive Marina Cacace, di fatto le giovani donne vivono vite oggettivamente femministe, ma senza sentirsi tali. “Del resto – continua Beltramini – sviluppare un’autentica e positiva identità femminista richiede non solo la consapevolezza dei pregiudizi e delle discriminazioni che le donne subiscono, ma anche sfidare quegli stereotipi così duri a morire. La femminista è infatti ancora descritta come forte, indipendente, intelligente”. Ma anche testarda, esigente, aggressiva, inviperita con gli uomini. E brutta.

“Diversi studi confermano che molte ragazze non si definiscono femministe e non agiscono per promuovere un cambiamento della società, anche se sono d’accordo con tutti o quasi gli obiettivi del femminismo” spiega Federica Bastiani, che ha analizzato per la sua tesi di laurea l’adesione agli ideali femministi delle ventenni di oggi (il campione: le studentesse dell’Università di Trieste) e ora continua il dottorato di ricerca nell’ateneo triestino. “La ricerca – commenta Romito – suggerisce, da un lato, che le ragazze non hanno le idee ben chiare su cosa sia il femminismo e, dall’altro, che una molla fondamentale per aderire agli ideali femministi, quindi giustizia, rispetto, parità di diritti e libertà, è l’atteggiamento dei genitori: il fatto che mamma o papà abbiano parlato loro del femminismo in termini positivi”. “È emerso anche – aggiunge Bastiani – che le ragazze più femministe, quando sono in coppia, tendono a scegliere un partner pro-femminista, e questo ha un impatto positivo sulla loro relazione. Quando lei, e soprattutto lui, sono più femministi, la relazione è infatti migliore: caratterizzata da maggiore accordo, soddisfazione e assenza di violenza”.

Del resto, essere femminista, secondo Beltramini, significa proprio non accettare le discriminazioni, il sessismo, l’omofobia, il razzismo. Significa vedere la continuità nelle forme di violenza, sapere che un commento sessista, un’allusione spinta o dei comportamenti di controllo sono dei campanelli d’allarme e non manifestazione di interesse. “E significa indignarsi di fronte alle immagini di donne e bambini/e sessualizzate, avere il coraggio di esprimere questa posizione, sfidare i valori dominanti in un atto di impegno che è privato ma anche pubblico, sapendo di poter contare su altre donne (e qualche uomo) che si stanno impegnando assieme a te”.

I femminismi degli ultimi 15 anni in Italia li racconta la giornalista e militante femminista Barbara Bonomi Romagnoli nel libro Irriverenti e Libere. Femminismi nel nuovo millennio, dove sottolinea (anche) che il femminismo vuole cambiare il mondo, in meglio, per tutti, non solo per le donne.

Passo e chiudo con questa citazione di Rebecca West che apre il libro di Sophie Grillet Non sono femminista, ma…

“La gente mi definisce femminista quando esprimo sentimenti che mi rendono diversa da uno zerbino”.

* img di RyanMcGuire

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Giulia Blasi. Maria Antonietta Annunziata. Fernanda Flamigni. Le donne al volante il 26 marzo a Pordenone

Il viaggio di Donne al volante in Friuli Venezia Giulia continua giovedì 26 marzo a Pordenone. Ci ospita la Biblioteca Comunale (sala conferenze Teresina Degan), in piazza XX settembre. Vi aspettiamo alle 9.30 per un dibattito a più voci per riflettere sul ruolo delle donne nella nostra società. Con me, la scrittrice pordenonese Giulia Blasi, la psicologa Maria Antonietta Annunziata e Fernanda Flamigni, autrice del libro autobiografico Non volevo vedere (Edizioni Ediesse).

Fernanda Flamigni, classe 1967, nel libro racconta il tentato omicidio che ha subito nel 1996. Colpita da tre proiettili alla testa, da allora è cieca. A ferirla colui che era all’epoca suo marito e da cui stava divorziando. “Dopo un lungo periodo di convalescenza e riabilitazione, sono riuscita a riprendere in mano la mia vita. Oggi sono impiegata in una grossa compagnia di assicurazioni, mi sono risposata con un uomo meraviglioso e ho due figli splendidi”.

“Una famiglia serena e gioiosa” è ciò che sognava da adolescente, mentre sul piano professionale sognava di “lavorare per una grossa casa editrice e tradurre tutti i best-seller di questo mondo”. Non a caso si è laureata in Interpreti e Traduttori all’Università di Trieste. La forza delle donne, secondo lei, risiede nella capacità “di fare rete, di cui dobbiamo essere orgogliose”. “E la vera sfida che abbiamo davanti – sostiene – è quella di liberarci dallo stereotipo prettamente maschile di persona di successo, legato a un concetto gerarchico di potere”.

Giulia Blasi adolescente sognava di diventare una scrittrice. Ed è quello che fa: gioca con le parole. Scrive libri (Deadsexy, Nudo d’uomo con calzino, Il mondo prima che arrivassi tu, Siamo ancora tutti vivi) articoli, post e tweet. E conduce su Radio 1 Rai Hashtag Radio Uno, un programma quotidiano dedicato alla satira su Twitter.

Nata a Pordenone nel 1972, ha vissuto tutta l’adolescenza in provincia, fra il capoluogo, la montagna di Tramonti di Sotto e la campagna di San Giovanni di Casarsa, prima di trasferirsi a Trieste per l’università. Anche lei ha studiato alla Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori. Dal 2005 vive e scrive a Roma.

Essere donna oggi è sicuramente più semplice di quanto non lo fosse anche solo vent’anni fa – sostiene –. Fino al 1996, lo stupro era considerato un reato contro la morale e non contro la persona, solo per darvi la misura di quanto il nostro corpo sia stato a lungo considerato demanio pubblico”.

Ma ciò non significa che la strada non sia ancora tortuosa. “Le sfide di oggi riguardano innanzitutto le disuguaglianze sociali, che fanno sì che la disoccupazione femminile sia più alta di quella maschile perché è ancora considerato normale che il lavoro di una donna sia principalmente domestico. Poi c’è il fatto che non siamo sicure da nessuna parte, né in casa né fuori: in ogni momento possiamo essere colpite solo in quanto donne. Ma siamo più libere di un tempo, e l’indipendenza economica ci mette al riparo dalla necessità di dipendere dagli altri, dalla loro volontà e dalla loro opinione”.

Gli stereotipi, poi, sono ancora duri a morire e ostacolano le donne nel mettersi pienamente al volante della propria vita. Uno per tutti, per esempio, “ l’idea che essere belle e desiderabili secondo i canoni estetici correnti sia una priorità assoluta per una donna, e l’invecchiamento una colpa”.

Maria Antonietta Annunziata è responsabile del Servizio di psicologia al Centro di Riferimento Oncologico di Aviano. Quando era adolescente  sarebbe voluta diventare una ginecologa. Poi strada facendo pensava e diceva di voler fare la psichiatra e alla fine, nel 1977, si è iscritta alla Facoltà di psicologia a Padova. “Lavoro moltissimo e torno a casa ogni sera stanca, ma molto gratificata, senza pensarmi “donna di successo”, ma donna e professionista che fa seriamente il proprio lavoro, con coscienza e responsabilità”.

Sul piano professionale, secondo lei, “la sfida è impegnarsi, farsi apprezzare”. Ma anche non dare mai nulla per scontato e rimanere sempre in allerta. E poi conciliare la vita lavorativa con quella familiare. “Quando si lavora e si ha famiglia, riuscire ad ‘avere un volante’ dipende anche dal supporto del partner”.

Tra gli stereotipi che rischiano di imbrigliare il talento e le ambizioni femminili, crede sia pericoloso “pensare che il mondo del lavoro sia maschile (anche se di fatto è prevalentemente così), perché questo può diventare un limite, portare alla rassegnazione, a non mettersi in gioco”.

L’incontro è organizzato con il patrocinio del Comune di Pordenone

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Anita Kravos e Rosa Oliva. Le donne al volante il 19 marzo a Gorizia

A 13 anni sognava di fare la DJ. Poi è diventata un’attrice da Oscar. Nel film La grande bellezza, di Paolo Sorrentino, a cui è andata la statuetta per il miglior film straniero nel 2014, l’abbiamo potuta apprezzare nei panni dell’irascibile e provocatrice Talia Concept, artista “dal percorso accidentato, sofferto ma indispensabile”.

Anita Kravos, tra le più versatili e cosmopolite attrici italiane, giovedì 19 marzo dalle 9.30 sarà a Gorizia, al Kinemax (in Piazza Vittoria, 41), ospite del pirmo incontro targato Donne al volante. Gli stereotipi sono un pericolo costante.

Il pericolo degli stereotipi? “Dai e dai, ci finiscono per sembrare un po’ veri” afferma l’attrice goriziana. E così, inevitabilmente, ostacolano (ancora) le donne nel mettersi pienamente al volante della propria vita. Lei dalla provincia è andata a Mosca per studiare all’Accademia teatrale russa Gitis. Protagonista del pluripremiato Come l’ombra di Marina Spada, ha ricevuto il premio LARA come migliore interprete per il film Alza la testa di Alessandro Angelini.

Anita Kravos si confronterà con una donna che ha segnato la storia delle donne nel nostro Paese. Una donna che si è battuta contro un’ingiustizia e di fatto, con la sua battaglia, ha eliminato (almeno formalmente) quella barriera che impediva alle donne l’accesso a molte carriere pubbliche. Rosa Oliva, dopo la laurea in scienze politiche (1958), sì è vista respingere la domanda di ammissione al concorso da prefetto perché non aveva un requisito fondamentale che nulla aveva a che fare con titoli e competenze: non era uomo. La sua battaglia è un tassello importante della lotta per la democrazia paritaria: ha portato infatti, nel 1960, alla sentenza n. 33 della Corte Costituzionale che ha eliminato quella discriminazione di genere che fino ad allora impediva a una donna di fare carriera in prefettura e diplomazia. Solo dal 1963, poi, le donne hanno potuto ambire al ruolo di magistrati. E dal 1999 hanno potuto accedere alla carriera militare. C’è chi ha paragonato la sua vicenda a quella di Rosa Parks, che nel 1955, in Alabama, a bordo di un autobus rifiutò di cedere il suo posto a un bianco e con il suo no diede inizio alla lotta contro le discriminazioni razziali.

Vi aspettiamo.

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